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Bernardo d'Aleppo
September 16 Dalle pendici dei MarsiNon so cosa mi spingesse quel giorno ad uscire per funghi, non aveva piovuto di recente e l'aria era fresca e mossa da una brezza leggera. Mi allontanai dal paese camminando veloce lungo il tratturo che dalle pendici del Gran Sasso si avviava solenne verso il mare, quell'Adriatico “selvaggio” sembrava “domestico” nel lontano orizzonte che si intravedeva ogni tanto tra le selle delle colline. Una macchia di querce accompagnava per un tratto l'antica via, ne scese fino a me un odore intenso di funghi che mi trattenne, scelsi così di seguirlo nel folto di quel che sembrava un piccolo bosco fuori luogo, intorno infatti le colline erano coperte di campi arati, solo ogni tanto un appezzamento di ulivi o una piccola vigna segnavano di grigio e di verde il bruno rossiccio della terra nuda. Il profumo di funghi mi arrivava da ogni direzione, lo seguivo eccitato e non mi accorsi che così facendo avevo preso una diramazione della macchia che mi aveva portato, oltre il dorso della collina, a scendere in una stretta valle muschiosa e scura, sentivo un mormorio di ruscello alla mia destra, le querce erano scomparse, al loro posto ontani e salici, dai cui rami bassi e secchi pendevano licheni, come festoni polverosi. L'odore di funghi era sempre più intenso, ma io non riuscivo a vederne neppure uno. Camminavo seguendo quella che forse era stata una pista di cinghiali, ogni tanto infatti scompariva passando sotto un intrico di rovi, che io dovevo aggirare, ma in generale il sottobosco non era tanto fitto da essere di grave intralcio, ero stupito, quella lunga gola mi era del tutto sconosciuta, non ne avevo neppure mai sentito parlare dai vecchi del paese. Funghi ancora non se ne vedevano, ma oramai ero deciso a seguire quella gola fino al suo sbocco, così seguitai a camminare a qualche decina di metri dal ruscello che sentivo chioccolare, ma non riuscivo a raggiungere; quando mi spingevo a destra, sentendolo da quella parte, dopo qualche passo mi accorgevo che il suono si era allontanato e ora proveniva da sinistra, così proseguii zigzagando per qualche ora, quando, davanti ai mei occhi si aprì una radura intorno a un piccolissimo laghetto che terminava in quelli che sembravano i resti di un antico muraglione di pietra tra cui si era scavata una via. Costeggiai la riva e mi accorsi così che due corsi d'acqua si riversavano in quel piccolo bacino, io avevo continuato a camminare, probabilmente, oscillando come un pendolo da uno all'altro senza mai raggiungerne nessuno; uno era rossigno e torbido come se portasse argille sospese, l'altro sembrava limpido, ma le sue acque erano scure e in pochi centimetri la luce si perdeva oscurando il suo fondo. A fianco della diga si riuscivano a riconoscere le tracce di un canale, che ora le acque non percorrevano più, essendosi scavata una via tra le pietre della diga e avendone scalzata più d'una ora esse scrosciavano sommessamente lungo la diga, cadendo nella pozza alla sua base. Percorsi il vecchio canale per un centinaio di metri fino ad un edificio in cui il canale sembrava entrare, doveva essersi trattato di un vecchio mulino o di un'officina di fabbro, qualcuno doveva avere costruito la diga per sfruttare la forza delle acque. Tutto sembrava abbandonato da almeno un secolo, la porta disfatta giaceva a terra, solo qualche scheggia di legno attaccata i cardini ne testimoniava la passata esistenza. Il bosco, che aveva fatto spazio al laghetto ora lungo il canale e il corso del torrentello, aveva ricominciato prepotentemente a conquistare il cielo e ora sembrava quasi chiudersi sopra la casa da ogni lato. La giornata volgeva al termine e io non avrei potuto ripercorrere la strada fatta fino a quel punto prima della notte, avrei dovuto affrettarmi a seguire il corso del torrente che da qualche parte mi avrebbe ricondotto all'umano consorzio, qualcuno che mi desse un passaggio lo avrei trovato. Stavo per volgermi verso il ruscello per seguirlo, ma in quel momento l'odore di funghi si fece fortissimo e io percepii che era scaturito proprio da quel vecchio edificio. Una strana decorazione era scolpita sull'architrave di pietra, come tre cerchi accentati, di solito da quelle parti avevo visto che si usava incidere l'anno di costruzione, ma volevo vedere da dove venisse quell'odore che mescolava il profumo del porcino con quello del piopparello, così non ci feci troppo caso ed entrai. La porta dava su una scala di pietra che scendeva a spirale intorno a una grande colonna scesi con attenzione i primi gradini vedendoli a malapena, ma appena gli occhi si furono un poco abituati mi accorsi che le pareti emanavano una leggera luminescenza che mi permise di distinguere i gradini mentre li scendevo, immaginavo di dover scendere quattro o cinque metri, quindi di dover fare al massimo quattro o cinque giri di quei gradini bassi e larghi, i meccanismi dei mulini non sono, di solito, sotto al livello del fiume in cui si scarica l'acqua che li ha mossi, invece la scala continuava a scendere senza porte o uscite e, stranamente, la colonna al suo centro sembrava sempre più sottile e la scala sempre più larga, intanto il profumo di funghi diventava talmente inebriante che quasi ne ero stordito. La scala finiva senza dare accesso ad altri locali, semplicemente la colonna al centro si era ridotta allo spessore di un ferro da calza e l'ultimo gradino dava su uno spiazzo quasi circolare che sembrava terminare, completandone il giro, sotto la scala stessa, tutte le pareti di pietra emanavano quella luminescenza pallidamente ocra, con venature violette, che mi aveva accompagnato fino ad allora, solo il pavimento rimaneva oscuro e si intuiva appena, percorsi, tastando le mura con le mani e saggiando il suolo con il piede prima di calcarlo tutto il perimetro, quando fui sotto la scala mi dovetti chinare e fu allora che trovai una vecchia madia che sembrava l'origine di tutto quel profumo di funghi. Mi chinai e, tastandola con attenzione, riuscii ad aprirne gli sportelli: di fronte a me avevo una massa chiara e ancor più luminescente delle pareti. Una folla di funghi, che sembravano assomigliare a delle vesce allungate, era cresciuta evidentemente stipate nella madia, essi sembravano quasi gonfiarsi per uscire sotto i miei occhi, tutti rivolti verso di me: sembravano chiedere coglimi. Sorpreso da quell'abbondanza, cominciai a prendere esemplari diversi per dimensioni mettendoli nel cestino, avrei cercato di classificarli più tardi alla luce, eventualmente avrei potuto forse tornare in un secondo tempo per fare una raccolta massiccia, quando la madia, a cui mi ero appena appoggiato, crollò a terra, aprendosi a pezzi e dietro a essa si rivelò, nella parete di roccia, una nicchia in cui giaceva una strana forma che, nel pallido lucore, pareva quasi un teschio di pipistrello, o meglio una sua parodia, un abbozzo, una maschera, la toccai con cautela e mi sembrò che fosse di pergamena, dietro a questa, distesa sulla superfice della nicchia, riuscii a distinguere un drappo che pareva di velluto irrigidito dal tempo. Ma avevo fretta, tra poco avrebbe fatto notte e la luna non sarebbe sorta che poco prima dell'alba, se non volevo passare la notte in quell'umido bosco dovevo affrettarmi, posai la maschera, o quel che era, tra i funghi ma il cesto era pieno, temevo di perdere una parte del contenuto al minimo sobbalzo, presi allora qulla specie di tessuto e lo spiegai, era molto largo, ed era peloso e un po' consistente solo nella parte centrale, ai lati era solo una sottile membrana, sembrava la pelle di un qualche animale, con un brivido pensai che potesse essere una pelle di pipistrello, ma, accidenti, dovevo sbrigarmi, lo ripiegai e lo incastrai sotto il manico, rincalzandolo intorno ai funghi, avrebbe forse potuto impedire ai funghi di cadere, nel caso fossi inciampato nel buio incipiente. Affrontai la scala deciso, ma qualcosa cambiava ad ogni gradino, qualcosa nella luce dalle pareti, qualcosa nella consistenza dei gradini, la stessa consistenza dell'aria cambiava a ogni passo, già dopo una decina di passi mi sembrava di muovermi nell'acqua fino alla vita, e la luce che emanava dalle pareti virò lentamente verso il giallo, poi questa sensazione di pastoie alle membra si fece ancora più intensa, saliva fino alle ascelle, anche le braccia si muovevano a fatica, ebbi un momento di panico, la cantina si era forse silenziosamente allagata d'acqua a temperatura corporea per cui la percepivo solo come ostacolo? Ma non avvertivo i turbini che un movimento nell'acqua crea, solo il suo impedimento, forse si trattava di una intossicazione da sostanze psicotrope prodotte dai funghi e dai batteri che ricoprivano quella strana cantina. Feci a fatica qualche altro gradino, a questo punto i miei piedi erano come affondati nel miele, un denso sciroppo mi stava avvolgendo, lottai contro il panico che mi faceva temere di essere sul punto di affogare in quel fluido denso, ma non capivo neppure dove arrivasse, mi sembrava di respirare normalmente eppure facevo fatica anche a volgere la testa, mi accorsi che ero in apnea, cercavo di tenere la bocca chiusa e dopo un momento il panico mi fece anche chiudere gli occhi. Aspettai di morire per un tempo immenso, fermo sulla scala in questo miele denso che cristallizzava intorno a me, compenetrandomi, sapevo che sarei diventato come un insetto nell'ambra. Mi tornò la sensazione della vita quando sentii la mia urina scendere lungo la gamba destra, calda, come una mano appassionata mi carezzò fino alle scarpe e qui si perse. Qualcosa sciolse il miele in cui ero incastonato, qualcosa poi lo diluì, qualcosa fece evaporare l'acqua mentre io ero fermo sulla scala con un piede su un gradino e l'altro su quello successivo, solo quando tutto questo processo finì io ripresi a respirare e aprii di nuovo gli occhi, la scala di pietra non saliva di fronte a me che di quattro gradini, mi volsi e vidi che dietro ne aveva forse altri sette, fuori era buio fondo, dentro perdurava quella leggera luminescenza che avevo visto entrando, il cestino però era vuoto. Trovai il cellulare nelle tasche e cercai il numero di Robin, putroppo non c'era campo, dovevo sbrigarmi a tornare in albergo per avvertirlo che i funghi che aveva raccolto ieri erano allucinogeni, quella vacanza in Abruzzo si stava rivelando più divertente del previsto, altro che Gotham!
Milano 15 Settembre 2009 July 16 Il Gran Norcino si esprime sulla legge sul testamento biologicoIl Gran Norcino della Chiesa Maialista Occidentale si esprime sulla
legge sul testamento biologico, in esame attualmente in Parlamento, con
un comunicato molto duro che le principali agenzie di stampa stanno
cercando di ignorare, ne riportiamo perciò i passi principali pensando
di fare cosa utile.
"Se non avessimo la possibilità in ogni momento di porre fine alla nostra vita terrena, come ci è stata donata dal Verro, si metterebbe in atto una bestemmia "ipso facto", in quanto proprio la possibilità di rifutare un dono caratterizza il dono, altrimenti trasformato in obbligo e ponendo fine al concetto stesso di libero arbitrio e di libera scelta, di libera adesione al messaggio di comunione e di fratellanza tra tutti i mammiferi che si abbeverarono alle mammelle della Scrofa, Madre di tutte le madri." "Il concetto di "libero arbitrio", che la Chiesa Maialista Occidentale ha in comune con quella Orientale e con molte altre Chiese, verrebbe messo in pericolo dalla legge in esame proprio nel momento in cui l'individuo, privato della possibilità di agire in proprio si affida ad altri, alla società, per meritare o meno la sua vita ulteriore o la sua ascesi, privandolo della possibilità di portare alle sue estreme conseguenze le sue scelte, lo si priva della possibilità di meritare o meno la vita ulteriore o l'ascesi" La Chiesa Maialista Occidentale e quella Orientale, divise su questioni formali sono però sostanzialmente unite su quelle teologico-etiche, ci si attende a breve, secondo fonti vicine al Gran Norcino di Taipei, una considerazione di solidarietà in merito da parte dell'Assemblea dei Norcini Orientali. June 17 L'uscio dell'ortoSceso all’orto mi chinai, sopra un cavolo pasciuto, sotto ad esso ci trovai un anfibio nerboruto, alla vista proclamai, non potendo stare muto: “Quant’è bello questo rospo, dalla pelle rorida e tesa, quante mosche avrà mangiato, quanti ragni divorato? Che t’han fatto quegli insetti? Che t’han fatto poveretti?” Egli a me rispose calmo: “Che? Ti curi tu di me? Tu ti curi del mio pasto e poi no, nulla ti cale del dimon che vi governa? Di colui che del diritto ogni dì ora fa scempio, del diritto positivo che i coscritti del Senato, (già, di Roma, che ti pare!) tanto, misero a fondare, e non tanto per punire quel che nudo bagna in mare o che in orto si consola ed a te ruba una mela, ma per porre freno attento a chi tanto può rubare!” Io, basito ero restato, a sentir quell’attentato, quell’attacco forsennato, alle Sacre Istituzioni, forse pure a Berlusconi! Con le mani sulle orecchie corsi a casa a perdifiato, e davanti alla tivù, genuflesso avanti a Fede, aspettai l’apparizione. Giunse in fretta Berlusconi, preceduto dall’incenso dal turibolo elargito lì dal Fede salmodiante, e, baciando il suo bel volto, cominciai a colpirmi forte, con il cavo del tivù, per aver porto l’orecchio a una voce non soave, a una critica pedante, a una critica” tout court”. Quando in fine sanguinante, scesi poi a far la ronda, ci trovai tutti gli amici, che, contrari ai clandestini, li cercavan di cacciare dalle piazze e dalle strade, solo a casa devon stare a curar le nostre madri, o nei campi del padrone a raccogliere lattuga, aglio, porri e pomodori. Che? Piegare noi la schiena? Sol davanti a chi ci frega! Sol a chi per suo diletto ce lo pone in fondo al retto. Che sol noi l’abbiamo duro e così possiamo stare proprio ben posizionati sul treppiede, ginocchioni, proprio innanzi a Berlusconi proprio tra Fede e Giordana. E la luna agita Feltri, ed un poco anche Ferrara, uggiolando come veltri essi pure fanno a gara a chi più le spara grosse a chi primo porta l’osso, ma noi intanto siamo chini con Mastella e con Salvini e facciamo servizietti delicati e ben diretti.
April 28 Sui colli della Val d'Aso 1955Il paese non aveva che una sola strada che, a spirale, saliva dalla Porta alla spianata intorno alla Torre. La Torre dell’orologio non è mai stata un campanile, fu costruita nel 1831, al centro dell’antica rocca, di cui altro non resta che le fondamenta delle mura, inglobate nelle case intorno alla spianata di sassi incuneati con cura. Era, la spianata, come un’enorme aia leggermente convessa su cui si aprivano le porte delle case che dominavano il paese e, tra queste, la bottega del falegname e quella del fornaio erano alle estremità del lato esposto a sud. C’era in quella disposizione un’antica saggezza, l’uno aveva il forno sempre acceso e il suo fumo salendo dalla cima del colle non avrebbe disturbato nessuno, l’altro, pur stando a distanza dal fuoco del fornaio, avrebbe disturbato meno, rumoreggiando nella sua bottega, lì sulla cima, ché, come si sa, anche il suono “a cono sal nell’àere”, inoltre erano, quelle di quel lato del piazzale, le uniche facciate ariose e soleggiate del paese, essendo le altre sulla stretta e ripida via che lì menava dalla Porta. Altre botteghe aprivano le loro porte sulla via, nell’ombra, c’era il barbiere, in un locale a smalto color burro, e, quasi in fronte a lui, c’era la “privativa” dei tabacchi e dei bolli, di pochi giochi e dei quaderni, con al suo fianco l’osteria, il padrone era lo stesso e passava, da un ruolo all’altro, da una stretta apertura nel muro che le divideva, attraverso una cortina di catene d’alluminio, insieme all’odore del vino rovesciato e stantio che sempre intorno gli aleggiava. Un poco più avanti, dove una strada usciva dall’abitato verso una chiesa e quindi al cimitero, c’era il macellaio e intorno l’odore di sangue che sempre ristagnava. Era, la chiesa, molto più nuova del resto del paese, aveva cinquanta o cento anni, mentre la struttura del paese, la più antica, quella delle case a strapiombo con le mura sulle pendici aspre del colle aveva fondamenta tra i mille e i cinquecento anni addietro. La costa dell’ascolano ebbe gli ultimi suoi pirati a saccheggiarla nel 1815, ma, fino ad allora, dai Liburni, che contesero ai Romani l’Adriatico, ai Narentani, che combatterono i Veneziani per circa cinque secoli, ai Barbareschi e agli Uscocchi, non vi fu generazione, su queste coste, che non conobbe qualche razzia. Così, dall’esterno, il paese sembrava una Torre di Babele: dalle rocce scabre salivano semi-pilastri di pietra e di mattoni che, disuguali, si univano in arditi archi, nelle rientranze, a fare da base a un piano superiore di muri-pilastri irregolari, tra cui, ogni tanto, qualcuna aveva come un terrazzino a cui scendeva dall’alto una scaletta e una colombaia o un alveare stavano a sfruttare lo stretto spazio tra la roccia e il vuoto, più sopra un altro piano correva, disuguale, di pilastri di pietra e di mattoni ancora, ad alti archi congiunti, e qui i pollai avevano più aggio, forse due metri, a loro stava sopra un piano quasi continuo, ma di diversa altezza, di archi e pilastri di mattoni, le volte più basse si aprivano su loggiati scuri e più profondi, a volte chiusi da un muro con una piccola finestra, erano, in fine, le cantine delle case, che gli crescevan sopra con altri quattro piani, o cinque, di finestre strette, sulla valle, ma con solo due, o tre, fuori di terra, sulla via. Di là dalla strada, verso monte, un’altra fila di case aveva tre o quattro piani, quanto bastava perché l’ultimo piano vedesse l’orizzonte, sopra la cinta più esterna, ma non erano, queste, grandi case, ad onta dell’altezza, non avevano che una stanza per lato, a fianco della scala e, dietro, il monte. Sopra di esse, fondendosi con i loro tetti saliva, come una cupola, la roccia liscia su cui ergeva le sue antiche mura la Rocca e dal suo centro la Torre, fino al mare, gettava sguardi inquieti. In quel paese scabro, di pietre e di mattoni, pochi, di coppi non rossi ma grigi, o gialli di licheni, nella sua strada che dalla chiesa menava fino a casa, versai il mio sangue dalla gota imberbe. Giocando a marito e moglie, con la mia prima fidanzata “seria”, avevo trovato una lametta da rasoio vicino a un tombino e, specchiandomi nel secchio accanto alla fontana, beato mi radevo serio serio, finché si tinse del mio sangue il secchio, quattro anni mi sembrarono pochi per morire così, solo per gioco, corsi ricordo fino a casa, ma non era niente, la nonna mi sapeva coccolare, mi fece lo zabaione con il pane! Era un paese che si sapeva divertire: lungo la strada, ripida, in discesa, una volta all’anno c’era la gara dei “carrozzi”, trappole con ruote di fortuna, che i ragazzi costruivano per la corsa e quasi sempre finivano distrutte. Ma quel paese aveva per me un “bonus” sopra ogni cosa, il falegname era mio zio e in quella sua bottega ho conosciuto il legno e la sua vena, come la pialla l’accarezza, oppure lo scheggia, e che non dura il chiodo oltre un momento, che per un falegname la vite è un’offesa al legno, altro non serve che la colla e un buon incastro. Conobbi, dalla sua cantina, scendendo ancora, l’ebbrezza di una vertigine impossibile, avendo una ringhiera malferma sopra il vuoto, conobbi l’Orsa Minore, conobbi che nulla esiste di assoluto. Ebbi conoscenze tramandate di generazione in generazione di bambini, su come fare esplosivi con zucchero, zolfo, carbone e pillole per il mal di gola. Resta per me, quel borgo, un luogo della conoscenza che sono orgoglioso d’avere tanto amato.
Milano 27 Aprile 2009 March 12 Discussione su YouTube - Il video che Emilio Fede vuole far sparire: "LO SPUTO"Eccolo il verme! Citazione Discussione su YouTube - Il video che Emilio Fede vuole far sparire: "LO SPUTO" |
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